Il Blog di Laura - Una vignolese in Turchia
Il blog di Laura
Quando sono atterrata ad Antalya sabato notte, ho trovato l’inverno ad accogliermi, sottoforma di una pioggerellina fine e una Pinar in tenuta eschimo che mi abbracciava e saltava da tutte le parti sventolando per aria la confezione di tortellini che le avevo portato da casa. Non so perché, ma ci ho messo qualche giorno a riambientarmi , qui in Turchia. Credevo mi sarei sentita a casa non appena oltrepassato il controllo passaporti, e invece mi ci è voluto un po’ di più di tempo. Non so perché. Mentre riemergevo dal mio letargo, ovvero tra lunedì e martedì, Pinar ha fatto in tempo a tagliarsi i capelli, dare un esame e rifarsi il piercing sulla lingua, che ora sfodera non appena può, tanto che ogni volta che mi passa vicino mi sembra che abbia una caramella all’arancia incastrata tra gli incisivi. Il massimo è la sera quando se lo toglie, lo appoggia al tavolo della sala (dove passiamo le nostre notti a scrivere fumando una sigaretta dietro l’altra) a fare compagnia ai libri di scuola, ai cerchietti (miei), agli elastici per capelli (miei e di Pinar), passando per gli immancabili posaceneri e bicchieri vuoti di the, e poi se lo rimette in bocca subito prima di andare a dormire. Se lo facessi io, mi verrebbe l’epatite C, ma questi turchi devono avere dei gran anticorpi.
Domani inizia il mio corso di italiano, e sono veramente eccitatissima all’idea! Continuo a ricevere su Facebook mail di studenti che avevano compilato la application senza successo. Solitamente cerco, con gentilezza, di spiegare loro che purtroppo l’aula in cui faremo lezione non può contenere più di quindici persone (o meglio, ieri sono andata ad ispiezionarla personalmente: ne può contenere anche venti, se i venti in questione sono disposti a stare dritti come spaghetti in un tegame),ma ribadisco che ci terrei ad averli tutti al mio corso, al che loro mi mandano un’ulteriore mail di suppliche dicendo che ci tengono moltissimo ad imparare l’italiano e io che sono sensibile alle lusinghe e fondamentalmente non so dire di no, do il benvenuto a tutti quelli che mi intercettano. Senza eccezioni. Se domani a lezione si presenterà la metà della gente che ho inserito nella lista, dovremmo comunque cercare una sala conferenze. Ma comunque.
Dicevo, di solito cerco di essere carina. Non riesco a rispondere a tutte le mail che mi arrivano su Facebook (e diciamocelo sinceramente: se purtroppo non siete stati accettati siete liberi di decidere di tampinarmi ugualmente, come io sono libera di dimenticarmi di rispondere), ed è capitato che alcuni studenti mi abbiano mandato una o due mail in cui con molta delicatezza mi sollecitavano. Con delicatezza. Fino a ieri, quando ho aperto Facebook dopo la palestra, prima di cena (chi mi conosce sa che chiunque si intrometta tra me e la cucina ad ore pasti rischia grosso), e ho trovato la mail di un certo Ardam che mi chiedeva come mai non avevo mai risposto alla mail sua e dei suoi due amici che lavorano all’Ufficio Relazioni Internazionali (ah si? Anche io, eppure tra i colleghi della room number six non li ricordo, e so contare fino a 5), e mi informava che lui e i compari in questione erano sicuramente meglio degli altri studenti e che per tanto avrei dovuto accoglierli a lezione. Già lì le mie sopracciglia erano più vicine all’attaccatura dei capelli del normale. Poi ho letto: “Perché noi non figuravamo nella tua lista? Come li hai scelti i tuoi studenti?! Con la lotteria?”.
Conosco tutti i miei difetti per nome e cognome (per questo si dice che ho un’ottima memoria immagino), e con estrema onestà e riluttanza ammetto di essere un po’ permalosa.
Premesso ciò, mi sono trattenuta dallo scrivergli che, come ha detto lui, l’insegnante sono io e siccome mi hanno obbligata ad aprire le iscrizioni, chiuderle e riaprirle tre volte, con conseguente eliminazione delle prime due liste per le quail avevo speso pomeriggi infiniti cercando di tradurre applications che qualche furbone ha perfino pensato di compilare in turco (come se capissi qualcosa che va oltre il zalve zignora), sono libera di scegliere chi mi pare e piace, così come sono libera di silurare qualcuno soltanto perché la sua calligrafia non è di mio gradimento.
D’accordo, forse sono piuttosto permalosa.
Fatto sta che, siccome odio che i miei palesi difetti abbiano la meglio su di me, mi sono sforzata di essere elegante e gli ho risposto che quando mi aveva mandato la prima mail ero in Italia, e che nonostante io non abbia idea di chi siano lui e i suoi amici, sì, certo se vuole è il benvenuto al mio corso. Nessuno mi impedirà di tritarlo comunque, non appena scopro chi è. Ratto. Come si permette. A dire la verità sto ridendo, mentre scrivo. Comunque che dovrà sudarsi i miei crediti è poco ma sicuro!
Ieri e stanotte ho preparato delle slides con l’alfabeto italiano, le sillabe, i giorni della settimana e i mesi per gli studenti. Sono molto colorate e piene di animazioni e immagini allegre, spero siano di loro gradimento e soprattutto spero che non si annoino, perché due ore sono lunghe e capisco che la concentrazione e l’entusiasmo possano calare dopo un po’. Che dire, ce la metterò tutta per essere all’altezza del compito!
Ora dovrei andare a dormire, ma prima c’è un’altra cosa che mi è successa oggi e che vorrei raccontarvi! Mi è venuta in mente perché ho alzato lo sguardo per controllare l’ora: dall’altra parte del tavolo, mentre scrivo, si erge tronfia una scatola di plastica bianca di crema della Nivea. La guardo e mi vengono i brividi. E’ sempre in giro per casa ed io fino ad oggi non avevo idea di cosa contenesse. Mi era sorto il dubbio che non fosse innocente crema, perché in tal caso il suo posto sarebbe stato su qualche scaffale in bagno o in camera di Pinar o Shenay, invece che sul tavolo della sala o (argh!) della cucina. Beh, fatto sta che oggi a ora di cena mi aggiravo per la cucina a caccia di qualcosa da mettere sotto i denti. Optato per köfte e zuppa di lenticchie, ho preso un vassoio e mentre la zuppa cuoceva, ho iniziato ad apparecchiarlo, con l’intenzione di portarlo in sala e mangiare davanti alla tv. Alle mie spalle, sul tavolino, dentro ad un micro vassoio usato precedentemente da Shenay, c’era La Scatola. Mi ero domandata così tante volte cosa contenesse che ormai non resistevo più: volevo aprirla. Mi sono guardata intorno per una manciata di secondi (come faccio quando Pinar si prepara riso e ceci al burro e poi va in sala e io controllo non ci sia nessuno che registri i miei movimenti e poi gliene mangio un po’ dalla pentola), e poi l’ho presa in mano e l’ho scossa. Si è sentito “tic tac”… era pesante, ma per un attimo ho pensato che contenesse qualche oggetto prezioso da cui Shenay non voleva separarsi nemmeno durante i pasti (dopo, ho poi scoperto che, in effetti, era proprio così, ma non nel senso che immaginavo io)! Tutta concentrata, l’ho aperta, ma subito dopo averla scoperchiata ho fatto una smorfia. Dentro la scatola, immersa nell’acqua, mi sorrideva una dentiera. Ero così schifata che ho avuto un moto di repulsione e la scatola e la dentiera mi sono cadute sul tavolo, bagnando tutto, anche i miei jeans! Bleah! L’ho raccolta, riempita d’acqua e rimessa al suo posto, nauseata. Devo proprio imparare a farmi gli affari miei!
Laura







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